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Donne e cambiamento in Iran

Sima non vuole etichette: non è una femmminista, dice, ma “un essere umano che ha la ventura di essere una donna”. Eppure la sua attività a favore soprattutto delle donne d’Iran la qualifica come un’attivista per il miglioramento della condizione femminile nel suo Paese. Sima ha lavorato in parecchie ONG, quali quelle tese ad innalzare il livello d’istruzione delle donne nella cittadina di Bam, sconvolta a un pauroso terremoto anni orsono, o  altre dedite al recupero di ragazzi disabili. Sima svolge perlopiù mansioni di assistenza finanziaria e consulting, materie che ha studiato sia in UK che in Iran. Anche se Sima è critica nei confronti delle ONG, in quanto “non sono indipendenti, anche quelle straniere debbono operare in collaborazione col govero, così come le nostre senza contributi governativi non potrebbero esistere ed operare”.

Sta di fatto che l’Iran vede una fitta presenza di ONG locali, animate soprattutto da donne,quindi chiedo a Sima una rilessione su questo fenomeno: “Le nostre ragazze hanno imparato a lavorare nel Sistema. Sono loro che stanno operando il cambiamento nel mio Paese: basta camminare per strada, andare nei parchi, vedere come si atteggiano, qual è il loro linguaggio del corpo, per capire il grado di sicurezza che hanno acquisito. Certo il fenomeno è più evidente nei grandi centri urbani, ma questa descrizione che si legge nei media occidentale, rispetto alla quale ci sarebbe un grande divario fra la vita urbana e quella rurale/provinciale, è da sfatare. Io opero anche fuori Tehran, e ti assicuro che il cambiamento è generale.”

Chiedo a Sima di approfondire: “Ora, ad esempio, le donne non hanno più paura di essere responsabili dell’economia della famiglia. La scuola, l’università, le ha prese dal nido e le ha preparate alla vita. Certo le giovani di oggi devono molto alla mia generazione di cinquantenni, molte di noi hanno pagato il prezzo della modernità agendo da pioniere, rompendo le regole, ma ora le nostre figlie beneficiano di questa situazione. Pensa che, 80 anni fa, mia nonna lasciò il marito, il quale, ovviamente, si tenne pure il figlio. Nonna si mise a fare la cucitrice per campare, con i soldi che guadagnava si manteneva la scuola, prese il diploma di maestra e si mise a insegnare.  All’epoca queste storie rappresentavano un’eccezione, ora l’indipendenza femminile da noi è la regola. ”

Anche Sima se ne è andata di casa quando aveva 17 anni, per studiare in UK, tornando proprio all’insorgere della Rivoluzione: “Ho fatto il contrario di quanto hanno fatto i più, che erano qui nel momento del cambiamento, ma ora se ne sono andati. Io ho provato a ritornare all’estero, sono stata in Canada, ma tutto è così superficiale laggiù, anche l’indipendenza delle donne: lì gli immigrati sono per lo più sottoimpiegati e le donne non condividono il potere politico. Certo qui c’è una marea di cose da fare, ma sono felice di pagare il prezzo che comporta la prospettiva di cambiare le cose. E non sto parlando solo di cambiamenti di leggi, certo quelli sono necessari, ma altrettanto necessari sono i cambiamenti culturali da parte di tutta la società civile.”

Chiedo a Sima un parere sulla presenza delle iraniane nella politica del Paese.”E’ vero che le donne che riescono ad agguantare posizioni politiche influenti sono membri di famiglie importanti e legate al potere, ma io penso che ciò rappresenti comunque un progresso, e che col tempo, le cose andranno meglio. Ormai si parla comunemente di concetti quali ‘cittadinanza’, ‘partecipazione’…certo non possiamo aspettarci rivolgimenti epocali subito, ci vuole tempo, il governo è abile nelle manovre di controllo, nelle tattiche di diversione, ma sono ottimista!”

Ringrazio Sima, che si sta preparando per raggiungere il mar Caspio, dove si trova un istituto per ragazzi disabili per il quale raccoglie fondi: “Sono una donna, ma non sono concentrata solo sui diritti delle donne, ma sui diritti di tutti. Credo che questa consapevolezza sia la chiave per cambiare le cose. Una parte del movimento femminista di qui è troppo concentrato sull’aspetto di genere e perde di vista il contesto generale. Il potere storico dell’uomo è basato sull’ingiustizia sociale, bisogna ristabilire il senso di giustizia, per tutti.”

Un afgano a Trento

Gridami (2010) è il film che il regista afgano Reza Mohebi ha girato fra le vallate trentine, scegliendo le più scarne e cupe. Niente spettacolari vette asiatiche con la bellezza abbagliante delle loro nevi, quindi, ma brulli montarozzi che degli attributi montani mantengono solo la sensazione di gelo e solitudine. Fra valli desolate, container arrugginiti e capannoni industriali in disarmo,  Mohebi rappresenta il dramma della ricerca del lavoro, della casa, della stabilità affettiva da parte di un emigrato afgano, Soluch, che diviene paradigma del dramma di tutti gli emigrati, e, per translato, dell’umanità.

All’inizio, Soluch ha una casa e una donna: ma l’interno della abitazione è una natura morta e la moglie lo sta per lasciare per un altro. Siamo in autunno, la stagione, dice la moglie di Soluch, che la fa soffrire: perché lei stessa, in realtà, è la terra, il divenire delle stagioni.  Si innesca una corsa verso un precipizio di disperazione che Mohebi trasforma in una fiaba surreale, nella quale la Donna recita dietro ad una maschera teatrale, tentando invano di reinventarsi la vita, colorandola con l’illusione di un nuovo amore. Soluch rimane più concreto, ma nel suo mondo popolato da immagini simboliche che ricordano il paese dal quale è stato esiliato (gli onnipresenti frutti del melograno, l’aquilone con cui gioca il figlio, i versi dei poeti persiani),  le uniche parole concrete pronunciate sono contratto, lavoro, guerra, licenziamento, servizi sociali. Soluch tenta invano di aggrapparsi alla vita reale, che gli sfugge crudelmente. A Soluch non resta che sublimare le sue angosce in una improvvisata danza sufi, secolare veicolo di distacco dalle angose terrene per ritrovare la Verità.

Sono 70′ di pura angoscia, ma anche di struggente poesia, pieni di oggetti, parole, gesti simbolici ancorati soprattutto alla cultura afgana, e che Mohebi compone in un’originale miscela. Non è tanto il burqa, che pure compare nelle scene finali del film, quasi a voler confortare lo spettatore con un segno a lui riconoscibile di “afganità”, a fare da filo conduttore, ma gli onnipresenti chicchi di melograno: all’inizio sgranati dalla Donna, come giorni o come figli; poi maciullati e grondanti succo/sangue; infine sparsi per terra, in caduta libera, come i sogni che non si avverano mai.

Un triangolo amoroso, una storia di emarginazione, un’allegoria della vita: il film di Reza Mohebi si legge come i versi di una poesia mistica persiana, in cui ognuno trova ciò che cerca.